Finalmente sei morta. Non sono felice perché ogni morte porta sempre sgomento dentro di me ma aspettavo da tanto questo momento. Adesso mi sono liberato, libero da un legame che mi pesava. Non sono venuto a trovarti all'ospedale, non verrò neanche al tuo funerale. E lo dico a scanso di equivoci. Non volevo più vederti. Non mi sentivo di far parte di te.
Da quando ti ho vista dopo tanto tempo, non ho potuto fare altro che constatare quanto ti assomigliassi, quanti geni avessi preso da te. Quando ti guardavo negli occhi, mi vedevo riflesso e non riuscivo a sopportarlo. Perché con te non volevo più niente a che fare.
Era triste pensare che tu mi avessi generato con inettitudine, chissà dove, chissà perché. A casa, manco in un ospedale. Probabilmente ho sofferto pure di anossia cerebrale visto che non sono tanto intelligente.
Lo stesso sguardo che non mi piaceva, gli occhi piccoli, rotondi. No, mi sono rifiutato di appartenerti ancora. Ti ho lasciato morire in pace, senza di me benché avessi espresso il desiderio di rividermi prima che la tua mente ti lasciasse solamente con un corpo eroso dal cancro e dall'ipertensione. Non so di che cosa tu sia morta, non lo voglio sapere.
Mio fratello mi ha chiamato. Per dovere. Dovere di cosa? Dovere di legge? Quando io ormai non ho più un legame nemmeno burocratico. Domani a Valganna, io non ci sarò, neanche mi fosse spianata la strada e mi ci portassero. No. Tutto qui, semplice.
Sono libero finalmente dal dolore che mi hai procurato, dalle tue follie per le quali ultimamente piangevi amaro. No, la mia vita era subordinata a te e questo proprio non lo tolleravo. Le tue incapacità le dovevo assolutamente pagare io e perché..., mi chiedevo sempre nei momenti di assoluto sconforto.
Anche con uno sforzo di orgoglio non riuscivo a rialzarmi dritto, incombevano su di me tutti i tuoi geni di donna del sud, incapace di vivere e di mantenere la progenie che sfornavi come il pane.
Ricordo il dolore fisico e morale, ho la vaga percezione, per fortuna, di una folle corsa al circolo, con qualche ossa rotta; mi avevi dato del bugiardo quando la vicina o chi fosse, mi aveva regalato una scatola di cioccolatini; e la testa mozzata di un pollo da cui usciva del sangue violaceo e ragrumato.
Sei morta finalmente senza di me. Almeno questo non potevo concedertelo. No non sono insensibile, non voglio passare per il bastardo che non si abbassa ad un gesto di pietà. Ma sfido chiunque a mettersi nei miei panni e a provare le tormentate catene di un rapporto figliare che era marcio.
Magari, sì, ti porterò un mazzo di fiori sulla tua tomba, ma non ora. Lascio che il tuo corpo si decomporrà prima che qualche rimasuglio di gene possa legarmi ancora a te.
Li ho scritti questi pensieri perché nessuno mi accusi di codardia o altro. Queste parole pubbliche saranno da monito per tutti.
Ave at que vale
domenica, ottobre 18, 2009
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1 commenti:
molto bello e toccante il tuo post. mi ci ritrovo molto...un abbraccio
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